Rapporto Inps, alle pensionate 500 euro in meno degli uomini

Un sistema di welfare che regge l’urto pazzesco della pandemia, seppure con enorme difficoltà. Ma che è da riformare in modo tale da stare al passo con tempi, visti i profondi mutamenti demografici e di un mercato di un mercato lavoro sottoposto all’impatto della rivoluzione digitale. Questa la fotografia scattata oggi nella sua relazione dal Presidente dell’Inps Pasquale Tridico alla presentazione del Rapporto annuale 2021 dell’Istituto. Tridico ha messo in luce anche la necessità di lavorare a fondo sulle disuguaglianze che, nonostante i nuovi strumenti messi in campo, permangono e anzi richiedono nuovi interventi strutturali. Disuguaglianze che persistono anche fra i pensionati.

I numeri dei redditi da pensione 

Il Rapporto Annuale dedica ovviamente un ampio capitolo, il secondo, all’andamento dello stock e dei flussi delle pensioni nel 2019 e 2020. Al 31 dicembre 2020, si legge nella relazione, i pensionati italiani erano pari a circa 16 milioni, di cui 7,7 uomini e 8,3 donne. Nonostante le donne pensionate siano la maggioranza, le pensioni medie mensili degli uomini (pari a 1.897 euro) superano significativamente quelle delle donne (pari a 1.365). Si tratta di una differenza di oltre 500 euro. Il divario retributivo a livello territoriale si riflette nel dato pensionistico: le pensioni medie al Centro-Nord superano di poco i 1.700 euro, mentre quelle al Sud e Isole sono pari a 1.400 euro. Le prestazioni previdenziali rappresentano l’81% del totale e quelle assistenziali il 19%. La categoria più numerosa è rappresentata dalle pensioni di anzianità/anticipate con il 30,9% del totale, seguita da quella delle pensioni di vecchiaia con il 24,5% e dalle pensioni ai superstiti con il 20,5%; le prestazioni agli invalidi civili sono il 15,3% del totale; le prestazioni di invalidità previdenziale e le pensioni/assegni sociali sono rispettivamente il 5% e il 3,9%.

Quota 100 e opzione donna 

La misura sperimentale e triennale di Quota 100 – ha informato Tridico - ha permesso il pensionamento anticipato di 180.000 uomini e 73.000 donne nel primo biennio 2019-20, mentre Opzione Donna ha portato circa 35.000 pensionamenti nello stesso periodo. Tra il 2019 e il 2020 sono quindi 253.000 i lavoratori andati in pensione con Quota 100, ovvero il 71,15% uomini. In particolare nel 2019 hanno avuto accesso alla pensione con Quota 100 112.000 uomini e 36.000 donne, mentre nel 2020 sono andati in pensione grazie alla misura del Governo gialloverde (almeno 62 anni di età e 38 di contributi) 68.000 uomini e 37.000 donne. Il tasso di adesione tra le persone con i requisiti è stato del 40% nel 2019 e del 22% nel 2020. Dall’analisi del take-up di Quota 100, informa Tridico nella sua relazione, emerge che la misura è stata utilizzata prevalentemente da uomini, con redditi medio-alti e con una incidenza percentuale maggiore nel settore pubblico. Se ci si limita invece ai dipendenti del settore privato, oltre al genere e al reddito, assume un ruolo chiave anche la salute negli ultimi anni di carriera. Rispetto agli impatti occupazionali attraverso la sostituzione dei pensionati in Quota 100 con lavoratori giovani, – ha aggiunto il Presidente dell’Inps -  un’analisi condotta su dati di impresa non mostra evidenza chiara di uno stimolo a maggiori assunzioni derivante dall’anticipo pensionistico. Un fatto questo che era stato messo in luce da CNA Pensionati sin dall’inizio dell’introduzione della norma. Per quanto riguarda Opzione Donna, dall’analisi di un campione di donne con i requisiti per l’adesione a questo canale di pensionamento emerge che, a differenza di quanto descritto per Quota 100, hanno scelto l’Opzione prevalentemente soggetti con redditi bassi, a volte silenti, ovvero senza versamenti contributivi nell’anno antecedente al pensionamento. Anche limitandosi al solo settore privato, il reddito basso si conferma essere, secondo il Rapporto INPS, la determinante più significativa per questa scelta.

Gli effetti della pandemia sui requisiti pensionistici

Nel rapporto si analizzano anche gli effetti della pandemia da Covid-19 sui requisiti pensionistici e
sui coefficienti di trasformazione. Un dato che aveva messo in luce anche l’Istat recentemente. La brusca diminuzione della speranza di vita a 65 anni nel 2020 causata dalla pandemia ha riportato a un valore simile a quello registrato nel 2010. Questo comporta un rallentamento della crescita dell’età di pensionamento per vecchiaia, rallentamento tuttavia temporaneo e che sarà riassorbito nell’arco di un decennio. Anche quest’anno il Rapporto riprende il tema della differenza nell’aspettativa di vita legata alla condizione socioeconomica. Dall’analisi emerge come questo sia un problema significativo principalmente per la popolazione maschile, per cui il passaggio dal primo al quinto quintile della distribuzione dei redditi pensionistici si associa ad un guadagno in termini di speranza di vita a 65 anni superiore ai due anni. Ne scaturisce che, secondo il Rapporto, parità di coefficienti di trasformazione e di età di pensionamento, i cittadini con le pensioni più basse e che vivono meno a lungo finanziano i cittadini con le pensioni più alte che vivono più a lungo.

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