Le credenze non hanno età specie in campo affettivo

“Pronto dottoressa!?! ... vorrei farle incontrare mia madre, vive un periodo di forte ansia. Ha 74 anni e una corazza difficile da superare. Può aiutarla?” Mi capita spesso di ricevere telefonate di questo tipo, da figli preoccupati, che assumono un atteggiamento “da genitori”. Cosa succede infatti dopo una certa età? Succede che il genitore smetta di interpretare e di agire il suo ruolo, chiedendo al figlio di prendersi cura di lui. Se si presentano, poi, difficoltà fisiche o psichiche, il tutto si complica. I figli trasportano i genitori anziani tra ospedali e specialisti vari, passando le settimane ad occuparsi di loro, spesso compromettendo la propria salute e armonia familiare. Perché di figli preoccupati per i genitori ce ne sono molti, e sono statisticamente più numerosi rispetto ai menefreghisti. 

Case history. Ho poi incontrato la signora della telefonata, che è rimasta sempre “sulle sue” durante tutto il colloquio, cercando di assecondarmi per non farsi attaccare. La signora aveva già visto quattro miei colleghi e uno psichiatra, nel giro di poche settimane, facendosi sempre accompagnare dal figlio. Ad ogni ipotesi proposta rispetto al suo vissuto ansioso, negava o banalizzava la questione. Dove negava con più decisione, avevo l’evidenza di toccare la causa dell’ansia, eppure la signora dimostrava totale mancanza di vissuto emotivo. Al termine dell’incontro ho parlato con il figlio, che appariva molto più stanco e preoccupato della madre. Alla domanda “Perché fa finta di essere il padre di sua madre?” lui ha risposto “perché quando lei sta male, sto male anch’io, io e mamma siamo molto legati.” A questa risposta sincera ho dovuto rispondere con altrettanta sincerità spiegando che il suo comportamento assecondava l’atteggiamento infantile e la volontà testarda della madre di non affrontare il problema. 

Il problema. Il tutto era cominciato con un conflitto emotivo, tra la signora e suo fratello, cresciuto e accudito invece come un figlio, per il quale aveva lavorato tenendo la contabilità e consigliandolo nella rettitudine economica. Dal momento in cui questi si era spostato, era venuto a mancare il senso della loro relazione fratello-sorella/figlio-mamma, perchè la moglie avrebbe dovuto prendere il posto della signora. Conseguenza di questa “separazione”, un dolore silenzioso, che la signora conteneva attaccandosi a convinzioni e/o stereotipi tipo ”ad una certa età bisogna smettere di lavorare, bisogna riposarsi” oppure del tipo “adesso è la moglie che si deve prendere cura di lui”. Ignorare questo dolore le aveva generato ansia e soprattutto l’aveva portata a stringersi ancora di più al figlio con cui c’era sempre stato un legame forte e di intimità. Per queste ragioni lo costringeva a girare a vuoto tra i medici, in modo da passare il tempo con lui, ormai unica fonte di affetto. Il figlio era sinceramente rammaricato e cercava di prodigarsi per questa mamma che non voleva affrontare i suoi disagi, nascondendosi dietro il “va tutto bene”. Chiamando il figlio ogni giorno, altro non faceva se non ricattarlo in termini affettivi, legandolo ancor di più a sé, visto il vuoto lasciato dal fratello. 

La verità. La difficoltà di questa signora, può insegnarci molto e di sicuro presenta due facce: da una parte, l’irrigidimento rispetto alla credenza che “ad una certa età bisogna smettere di lavorare perché si è vecchi”. Vecchiaia non vuol dire minori prestazioni intellettive, vuol dire semplicemente “bisogno di altro”. È quindi una credenza da sfatare. Il dizionario Treccani parla infatti di un “… atteggiamento di chi riconosce per vera una proposizione o una nozione … Esso non implica di per sé la validità oggettiva della nozione alla quale impegna, e si distingue sia dal dubbio sia dalla certezza o convinzione, che presuppone una dimostrazione rigorosa". Le credenze non si basano su ragionamenti logici. In altre parole, sono quelle forme di pensiero inconscio, irrazionale, che si sviluppano nel corso della vita e alle quali si è legati senza sapere neanche il perché. Sono il risultato delle esperienze vissute, dei consigli di parenti e genitori, di eventi che ci hanno segnato in profondità.

Il secondo aspetto da considerare è che dietro la credenza sopra citata, ce ne fosse in realtà un’altra (come spesso accade), venuta a galla “grazie” ad una affermazione del tipo “mio fratello non sa autogestirsi, ha bisogno di una donna accanto a sé. Nessuna donna oltre me, sarebbe in grado di aiutarlo”. Questo tipo di credenza fa emergere il lato onnipotente-infantilistico dell’essere umano. Che pur di non lasciare l’oggetto d’amore fornisce a se stesso spiegazioni razionali che possano far accettare l’investimento emotivo che ne deriva. Come a dire che “ti voglio per me perché tu senza di me non sai vivere”. Un atteggiamento, una modalità sulla quale la signora ha fondato la propria vita, avendo perso infatti i genitori in guerra, e badato ai fratelli piccoli facendo loro da madre. 

Dovrebbe far riflettere il fatto che uno degli insegnamenti più deleteri, sia celato appunto dietro una delle espressioni più in voga nell’universo femminile materno: “nessuno ti amerà mai come tua madre”. Gli studi, e non le credenze, ci dicono infatti che la schizofrenia, la nevrosi e la psicosi, nascono da relazioni morbose, cioè animate da troppo amore, con i riferimenti affettivi principali (al 90% sono mamme).

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