Cibo e psiche, un matrimonio di gusto

“Ambrogio, ho voglia di qualcosa di buono”. Così diceva la signora vestita di giallo nella pubblicità dei dolci Ferrero del 1992. Questa frase che può sembrare innocua, in realtà è figlia della mancata consapevolezza di alcuni aspetti di sé. La signora in questione non è l’unica infatti ad aver provato sulla propria pelle, una sensazione di incompletezza, che pretende l’appagamento immediato. È spesso una vera e propria compensazione del senso di vuoto (o mancata conoscenza di sé e di ciò che realmente si desidera in quel momento). La maggior parte della volte, quel qualcosa è la ricerca di una affettività che per mille motivi non può essere vissuta. Un abbraccio, un’attenzione, un riconoscimento, un confronto. Il cibo, del resto, è il primo elemento di condivisione che si ha con la propria madre: il feto prende vita ed esiste grazie ad una relazione simbiotica che si attua attraverso il cibo (sangue); sa che c’è qualcuno che vuole che esista, perché gli fornisce nutrimento. Allo stesso modo l’essere umano ricerca attenzione e vita (altrimenti non sopravvivrebbe) grazie al cibo e alla relazione che si instaura con esso. Il cibo è esso stesso relazione. 

In quest’ottica sarebbe utile sviluppare una maggiore consapevolezza legata al fatto che non ci nutriamo di solo cibo: basti pensare che per vivere bisogna ossigenarsi, respirare. Per vivere necessitiamo cioè di molti altri elementi, e la relazione è uno di questi. Bisogna però capire di che tipo di relazione ci si sta nutrendo. Poniamo il caso che una bella donna sia a tavola con un uomo affascinante, che la corteggia, la rende protagonista, ammicca e tutto il resto. Improvvisamente però la bella signora ha un dolore addominale e … (una volta appurato che non soffre di gastrite e che non ha mangiato niente di compromettente) … appena possibile sarà meglio che si faccia qualche domanda su come abbia “digerito” la compagnia, su come l’abbia “registrata”, su cosa sia arrivato oltre le parole e l’apparenza. Un altro esempio utile allo scopo, è provare a mangiare accanto a chi parla ostinatamente senza far pause, o mangiare accanto a chi è molto agitato e nervoso. Al termine della cena saremo sicuramente più tesi e nervosi anche noi. 

Le parole sono ponti con la realtà, raccontano i vissuti interiori, la cultura di provenienza, le credenze. “Questa cosa proprio non la digerisco, non la mando giù, … quella persona mi è rimasta sullo stomaco … ce l’ho qui (indicando lo sterno) …”. Sono modi di dire usati nel vocabolario comune, che indicano una stretta relazione tra la digestione e ciò che viene digerito. Quando si è molto tesi viene, guarda un po’, il mal di pancia. L’intestino a questo proposito avrebbe molto da dire, perché “utilizza” degli occhi diversi da quelli umani. A seconda di quanto è stato ben o mal trattato. Nel tempo, infatti, decide autonomamente se è il caso di digerire o meno quel qualcosa che è stato ingoiato: fosse un alimento, fosse una parola non pronunciata, un complimento, la saliva dopo un pensiero. L’intestino digerisce solo ciò che gli piace. Una splendida pizza con la mozzarella di bufala può vederla come 100 chili di cemento oppure come una soffice culla in cui nuotare e godere. Sono 9-10 metri di radar viscerotonico che riconosce il meglio per sé. Se mangiassimo ascoltando i gorgoglii dell’intestino, capiremmo subito se proseguire o meno in un pasto e cosa scegliere al ristorante. Perché l’essere umano ha imparato a scegliere per stereotipi e abitudini culturali non seguendo il proprio animo organismico. Bisogna riappropriarsi di quelle sensibilità che permettono di fare sempre la scelta ottimale del momento. 

Altro aspetto fondamentale è la sanità di chi manipola il cibo, perché esso si trasforma a seconda delle mani con cui è in contatto, che possono essere più o meno calde, ruvide o lisce, più o meno sensibili. Le mani possiedono la competenza tattile acquisita con l’esperienza,  che aumenta con la passione. Pensiamo a chi prepara la pasta fatta in casa: il risultato cambia a seconda del soggetto che tocca farina, uova, acqua, e infine lievito. Le combinazioni e i tempi sono dettati dalle intuizioni di chi sta cucinando. Non solo. Potremmo addirittura provare sul nostro corpo, che lo stato d’animo di una persona che manipola il cibo che sta per esserci servito, influirà sulla leggerezza e serenità del nutrimento e della successiva digestione. Lo stato interiore dello chef entra infatti direttamente in relazione al cibo e lo modifica transitando quello stato nel destinatario del cibo. Concludo queste riflessioni, riportando il pensiero di Irvine Welsh, drammaturgo e appassionato di cucina, che racchiude, in modo aulico, il concetto di sanità di chi manipola il cibo: “Il grande chef è anche scienziato. Ma è qualcosa di più del semplice chimico: egli è alchimista, è sciamano ed è artista, in quanto i suoi intrugli non sono volti a curare malanni del corpo o della mente, bensì allo scopo ben più trascendente di sollevare l’anima.” 

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