La cattiveria è un linguaggio della vigliaccheria, la tolleranza è la manifestazione della saggezza

Per spiegare la cattiveria mi viene spesso in mente ciò che accade al volante di un auto. Tagliare una strada, non rispettare la coda, suonare ferocemente il clacson, imprecare contro l’altro. All’apparenza queste situazioni vengono vissute come ingiustizie subite, in realtà sono aggressività interne ed esterne che si incontrano. Come a dire che durante la guida ci si dà la possibilità di scaricare le proprie frustrazioni: forse è l’auto stessa, la protezione che si ha intorno, che facilita questa irresponsabilità verso se stessi e gli altri. 

In generale le azioni aggressive, termine che deriva da “ad gradi” (camminare, andare verso), sono azioni che in sé e per sé hanno lo scopo di “far vivere”. Se il bambino non aggredisse la vita, non nascerebbe. Aggredire vuol dire aggrapparsi con le unghie e con i denti a qualcosa che ci permette di essere in vita. Quando la frustrazione interiore tocca apici insostenibili, l’uomo necessita di scaricarsi per intero, come un orgasmo che non si può trattenere. È un bisogno di sopravvivenza. Lo scarico può avvenire in mille modi: urlando, cantando, colorando, picchiando, inveendo ecc. 

Cosa raccontano le ricerche sulla cattiveria degli anziani?

Alcune ricerche americane della Boston University (2017) hanno dimostrato che gli anziani che manifestano atteggiamenti aggressivi, sono quelli che non hanno ancora elaborato ed accettato la propria condizione (di anziano, intendo). In termini di fragilità fisica e sensazioni di inadeguatezza di fronte alle situazioni abituali quali la tecnologia, la velocità dei cambiamenti. Per non parlare di parallelismi con il passato. Sono più esposti gli uomini in termini di atteggiamenti “cattivi” manifesti, le donne invece appaiono meno rancorose, ma esercitano gli stessi atteggiamenti perlopiù interiormente. 

Gesti ripetitivi e noia, gli alleati della frustrazione 

Riporto il pensiero di Mauro Portello dal sito www.doppiozero.it: “Ma da vecchi, in realtà, poco importa da dove viene la cattiveria: se da una vita di frustrazioni o da uno squilibrio affettivo vissuto nell’infanzia. A chi è vecchio oggi, serve innanzitutto sapere come affrontare il suo presente disarmonico, come aggredire il tarlo che cerca di svuotare il benessere della vita nella sua fase più fragile. C’è poco da smontare e rimontare la macchina, quando comunque bisogna avanzare, ad ogni costo.” 

Ciò che non funziona è la chiusura dell’anziano al nuovo. La cattiveria nasce quando si esce fuori dagli schemi/aspettative che la persona aveva precostituito nella sua testa. È una conseguenza della rigidità, che poi genera pensieri generalizzanti: i giovani non hanno più rispetto … era meglio quando si stava peggio … io non servo più a niente. Questo tipo di locuzioni sono disfunzionali per qualsiasi essere umano, figuriamoci per una persona di 80 anni che più di tutto sente vicino la propria fine e ha perso il senso della curiosità e della passione.

Perché senza la curiosità, caratteristica squisitamente umana, la vita è poco stimolante, noiosa, con la conseguenza della demotivazione e sfiducia nel prossimo. È un circolo vizioso. 

La curiosità che apre le porte alla disponibilità

Nella terza e quarta età si può pensare di averle viste tutte, e ogni esperienza si riduce alle incombenze quotidiane, in una ripetizione infinita di gesti che annoiano e chiudono la possibilità della novità. Cosa che invece apre alla tolleranza, alla curiosità, alla passione, alla motivazione alla vita e alla conoscenza. Non siamo macchine neanche a 90 anni: gli esseri umani sono fatti di carne e sangue e il loro fine è dettato dalla crescita e sviluppo. 

Se a scuola ci insegnassero chiaramente che la vita si svolge, e poi finisce, forse approcceremmo senza paura la fine dei nostri giorni e impareremmo a sfruttare il tempo per fare esperienze e divertirci, non per accumulare e poi morire con il senso di inutilità e annientamento dell’anima rabbiosa. Interessante il paragone dell’anziano con il personaggio dickensiano Scrooge, il vecchio incarognito, avido ed invidioso che propone Portello: “Mentre il tipo Scrooge, in fondo, sia pure a modo suo, accetta di interloquire con il prossimo, il vecchio captivo non si sposta, non azzarda variazioni, è come imprigionato in una sorta di esoscheletro che lo muove in una meccanica stabilita e inesorabile, che gli impedisce di sottrarsi a una passività arresa e di ricostituirsi di volta in volta, lasciandosi andare al flusso delle continue novità, e mantenere il tono muscolare dell’Io. Molte delle tensioni psico-emotive riguardo alla vecchiaia discendono dalla modalità di percezione che abbiamo della morte. E forse anche la cattiveria è una reazione, più o meno inconsulta, all’idea della morte che ci attanaglia per tutta l’esistenza e che in vecchiaia si incarna.” 

Ci sono ovviamente anche aspetti fisiologici che possono influire sulla ingestibilità dell’aggressività, ma meritano maggiori riflessioni. Io suggerisco intanto una breve auto-analisi sui propri comportamenti, per capire se ci sono aspetti fisiologici che si possono curare, o se forse bisogna rivedere la propria vita, cambiare il proprio stato interiore e i pensieri, anche poco prima della fine. 

Meglio vivere un giorno da leone che cento da pecora. 

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