Emozioni e terza età

Le emozioni sono “croce e delizia” di qualsiasi essere umano. Un professionista brillante, attraente, colto, di 70 anni e da qualche anno in pensione, alla mia domanda “cosa ti manca nella vita?”, rispose senza troppi indugi “le emozioni!”. 

Le emozioni sono il sale della vita, senza quelle ci annoieremmo ma soprattutto non riusciremmo a dare un significato agli accadimenti e al nostro esistere. Sono infatti dei veri e propri indicatori, che ci permettono di compiere scelte che orientano la nostra esistenza verso la felicità o verso il dolore. Dal prof. V. Ruggieri apprendiamo che esse sono la sintesi di informazioni percettive esterne ma anche interne. L’insieme di queste percezioni scatena una serie di risposte fisiche: il viso si distende, la bocca si allunga quindi sorride, lo stomaco si allarga, vuol dire che stiamo quindi sperimentando la gioia. Oppure le pupille rimpiccioliscono, le guance si irrorano di sangue, il battito cardiaco aumenta in modo esponenziale, gli arti si irrigidiscono … perché stiamo sperimentando la rabbia!

Le emozioni cambiano con l’età? Si, eccome cambiano! Vi è sempre maggiore sperimentazione delle positive, con conseguente diminuzione delle negative. Molti studi lo dimostrano. Il più interessante e oltretutto recente, lo hanno condotto la dott.ssa Laura L. Carstensen e i colleghi della Stanford University, secondo i quali gli anziani sono più soddisfatti della loro vita perché scelgono di esserlo. Incredibile?!? Con l’avvicinarsi della morte, l’anziano si concentra soprattutto su ciò che lo fa stare bene. Dalle ricerche è emerso che le persone della terza età, appaiono meno ansiose dei giovani, meno colpite da sensazioni di disagio o autocritica, sviluppano un livello di rabbia minore. Gli adolescenti infatti provano maggiore frustrazione, preoccupazione e delusione per aspetti marginali, come i voti scolastici, gli obiettivi di carriera o l’anima gemella non trovata. Gli anziani, in genere, si sono messi il cuore in pace per i successi ed i fallimenti della vita.

Secondo la Carstensen, questo comportamento è sintomo di un cambiamento di prospettiva: consapevoli della fragilità della vita, gli anziani cercano di ottimizzare le sensazioni felici e godersi la vita nel tempo rimasto. Questo approccio, o status, è stato simpaticamente denominato “effetto buonumore”, che si attiva solo se i soggetti hanno sufficienti energie cognitive che consentono loro di regolare le emozioni attraverso strategie efficaci: la capacità di distrarsi di fronte ad un’esperienza negativa, che aiuta a re-indirizzare la mente verso il lato positivo delle cose; l’accettazione dell’esperienza negativa, che ha l’effetto di attenuare l’ansia; così come un atteggiamento più indulgente nei propri confronti.

Gli anziani, consapevoli della brevità della vita, investono in emozioni positive. Lo studio dimostra un paradosso: il funzionamento emotivo nelle persone di una certa età, continua a progredire e a migliorare, mentre in altri domini (quale il cognitivo), si registrano declino e defaillances crescenti. Questa discordanza viene spiegata dalla teoria della selettività socio-emotiva, che approfondisce la diversa percezione dello scorrere del tempo. Il modo di pensare a se stessi, le priorità, la gerarchia dei valori, la qualità e quantità delle reti sociali, la regolazione emotiva, la conoscenza del mondo, sono fattori che cambiano relativamente al tempo che resta da vivere. Continuiamo a sviluppare dunque, quei domini del cervello funzionali alle priorità. Si deteriorano invece, quelle parti del cervello non più utili agli obiettivi. 

Chi prospetta di fronte a sé poco tempo ancora da vivere, preferisce approfondire l’esperienza emotiva interiore e coltivare quella con pochi intimi. In altre parole, gli anziani sono più consapevoli delle ambiguità della vita e riescono a guardarvi oltre. La Carstensen, con la sua teoria della “selettività socio-emotiva”, intende dire che le persone investono in ciò che è più importante per loro quando il tempo è limitato.

Nella mia esperienza professionale ho sperimentato molte volte l’imbarazzo della platea di fronte all’argomento morte. Ma non parlarne sarebbe poco utile. La consapevolezza della brevità della vita spinge l’uomo ad intensificare le proprie azioni verso il piacere, verso l’emozione della gioia,  che a sua volta determina le priorità della propria esistenza e permette di agire, superando qualsiasi blocco da trauma o pigrizia psicologica. Si supera più velocemente, inoltre, il tema della vergogna, dell’imbarazzo e del senso di colpa perchè “quando sei ad un passo dalla fine, ti giochi il tutto per tutto”. L’essere umano non vuole rimorsi né rancori.

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