Dopo i 60 lo specchio non conta più

(Dalla rubrica Salute di VerdEtà 70 - a cura di Chiara Volpicelli, psicologa)

Negli ultimi 4/5 anni della mia attività consulenziale, ho notato la crescita del numero di incontri con persone di età compresa tra i 60 e i 70 anni. Un dato, questo, che anche solo 10 anni fa non avrei mai immaginato. Quello che arriva alla mia porta, può essere una micro finestra esperienziale, da cui guardare alcuni aspetti: ricerca di serenità dopo matrimoni burrascosi, accettazione di separazioni o lutti, volontà di riprendere in mano la propria vita dopo aver vissuto per l’altro. Queste tematiche sottendono una conditio sine qua non: l’accettazione di sé e della vecchiaia, come nuova esperienza dell’esistenza. Nello specifico della mentalità femminile, ciò che più difficilmente si accettano sono i “segni del tempo”. Il giudizio della società ha radici profonde che passano dalla relazione corporea genitore-figlio, fino all’introiezione dello sguardo paterno che determinerà la tipologia di maschio ricercato da adulte. Il vissuto e il significato attribuito a queste esperienze, costituiranno la base per una sana o patologica accettazione della trasformazione fisica nel tempo. 

L’immagine corporea e la sua evoluzione durante la vita della donna. La bellezza passa attraverso l’immagine corporea che ognuno ha costruito di sé. A partire dai 3 anni il bambino inizia a riconoscere la propria immagine riflessa allo specchio e circa a 5 riesce a fare dei paragoni tra sé e il corpo delle altre persone. Avvicinandosi all’adolescenza, il corpo incontra numerosi cambiamenti, motivo di possibili difficoltà nel riconoscersi. Subentrano prepotentemente i fattori sociali, il confronto con i pari e con ideali fittizi ed irraggiungibili di bellezza che interagendo con fattori interni possono portare a disagi, anche patologici. Si è più sensibili al giudizio altrui e al condizionamento dei mass media. Il conflitto continuo tra il proprio corpo e quello ideale formerà un’idea di sé più o meno coerente che potrà portare sofferenza. L’immagine corporea dell’adultità e poi anzianità si orienta, in generale, ad una maggiore accettazione del proprio corpo, poiché trascende l’accettabilità sociale, soprattutto del sesso opposto. Come se la donna dicesse a sè stessa… “ho dato importanza al giudizio del mondo fino a ieri, da oggi mi interesso solo del mio”. Resta comunque sempre alto il significato costruito nel tempo dell’immagine corporea di sé, perché per quanto ci si possa accettare maggiormente, siamo il prodotto di ciò che abbiamo fatto nel tempo.

Un’immagine corporea negativa comporterà insicurezza nelle relazioni con gli altri, senso di inadeguatezza con seguente bassa autostima, evitamento al confronto con il proprio corpo. Emozioni come tristezza o rabbia sono sottese a qualsiasi comportamento, aumentano infatti i toni depressivi e l’abbattimento in generale della persona anziana nella propria vita e nelle relazioni. 

Un’immagine corporea positiva porterà con sé accettazione ed integrazione dell’identità, alta autostima e senso di efficacia, sicurezza personale. Il tutto diventa la base per sviluppare con apertura le relazioni con gli altri e trarre soddisfazione dalla propria esistenza.

La differenza di percezione sociale della vecchiaia tra uomini e donne. È necessario educare la società ad una più corretta percezione della vecchiaia femminile. Come racconta la filosofa Francesca Rigotti nel suo libro De Senectute, oggi “l’uomo cresce in saggezza e persino in attrattiva, se si mantiene decorosamente, e diventa, se ce la fa, un «bel vecchio». La donna no, la «bella vecchia» non esiste, né l’età accresce la sapienza di lei, se questa consiste principalmente nella cura e nell’assistenza non di sé ma di altri. La posizione della donna vecchia, si modella sulla poco nobile dicotomia, che per secoli ha afflitto l’universo femminile, per cui la donna o è vergine o è puttana. In vecchiaia la vergine diventa una nonna rispettabile e senza sesso, mentre la prostituta (poiché la vecchiaia è considerata priva di sessualità esprimibile) si trasforma in vecchia zitella o strega. Si pensi a due figure provenienti dal mondo di Biancaneve, dove sono presenti due vecchie emblematiche: la fata Smemorina, grassoccia, coi capelli bianchi e l’aspetto benevolo, per quanto afflitta probabilmente da Alzheimer; la strega Grimilde, rugosa, malvagia e gelosa della bellezza della figlioccia.

Possibile nuovo modello di “vecchia”. Bisogna creare nuovi simboli e modelli che raccontino la verità della vecchiaia al femminile, in cui la forza interiore brilla e si evidenzia dando armonia a quella esteriore. Il percepito allora sarà di una donna che ha vissuto una vita piena, con occhi accoglienti, profondi e misteriosi che guardano “oltre”, con rughe che addolciscono i tratti del corpo di chi ha combattuto e inferto colpi incassandone molti. La piccolezza di un corpo che è stato grande, ma che nella vecchiaia esprime grinta e integrità, percezione di quella unitarietà dell’anima che solo chi ha saputo accettare ed amare le diverse parti di sé può trasmettere. 

Forse è proprio così che vorrei essere percepita da vecchia: fiera, bella e solida, in grado di insegnare dalle mie esperienze.

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