Anziani cronici, assistenza tra luci ed ombre

L’indagine di Italia Longeva: solo il 2% degli over 65 accolto in Rsa e il 2,7% ha accesso a cure a domicilio. Ma non mancano nel Paese punte di eccellenza

 

Sono stati illustrati i risultati della prima Indagine sulla continuità assistenziale in Italia realizzata da Italia Longeva - Rete Nazionale di Ricerca sull’Invecchiamento e la Longevità Attiva.

Buone pratiche e situazioni su cui intervenire quelle individuate dall’associazione senza fini di lucro istituita per consolidare la centralità degli anziani nelle politiche sanitarie e fronteggiare le crescenti esigenze di protezione della terza età.

Il contesto di riferimento. La ricerca di Italia Longeva curata da Davide Vetrano, geriatra dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma e ricercatore al Karolinska Institutet di Stoccolma, in collaborazione con la Direzione Generale della Programmazione sanitaria del Ministero della Salute, è stata presentata nel corso dell’edizione 2019 di LONG-TERM CARE FOUR, gli Stati Generali dell’Assistenza a lungo termine.

Si è trattato di un’indagine sui nostri anziani: soggetti spesso fragili, affetti da concomitanza di più patologie, con ridotta autosufficienza e costretti all’assunzione contemporanea di più farmaci. Il punto di partenza è la domanda: chi si prende cura di questi pazienti quando i problemi da gestire sono così tanti, e tutti insieme? E ancora, quando i reparti degli ospedali sono sovraffollati o c’è una piccola emergenza e correre al pronto soccorso sarebbe eccessivo? C’è una 'terra di mezzo' in grado di rispondere a bisogni tanto complessi e diffusi che si sostanzia in un concetto organizzativo: la continuità assistenziale per mettere in comunicazione ospedale, comunità e domicilio e prendersi cura dei pazienti anziani.

Quello che non va. Come la situazione in Italia? Secondo il report appena il 2% degli over 65 viene accolto in Rsa (strutture di residenzialità assistita) e soltanto 2,7 anziani su 100 hanno ricevuto cure a domicilio, con incredibili divari regionali: l’Adi (i servizi di assistenza domiciliare) in regioni come la Calabria e la Valle d’Aosta stentano ad arrivare all’1% della popolazione di riferimento. “L’ADI, che in Italia cresce troppo lentamente, più lentamente di quanto crescano i cittadini che ne avrebbero bisogno, è il vero cortocircuito di una buona continuità assistenziale” - spiega Roberto Bernabei, Presidente di Italia Longeva - “È evidente il ritardo dell’Italia in questo campo, anche rispetto agli altri Paesi europei: per ogni ora di assistenza a domicilio erogata nel nostro Paese, all’estero si arriva anche a 8-10 ore”.

Le nostre best pratictes. Per un quadro complessivo da migliorare, all’interno del report vengono però menzionate anche 17 tra le esperienze più virtuose messe in campo dalle Aziende sanitare locali e ospedaliere in 8 regioni (Basilicata, Emilia Romagna, Lazio, Liguria, Lombardia, Marche, Toscana e Umbria). Si tratta di best practices di gestione delle cosiddette dimissioni difficili e 9 modelli efficienti di organizzazione delle reti territoriali.

Cosa fare allora?  La conclusione a cui arriva l’indagine è che la continuità assistenziale si realizzi prima di tutto sul territorio, con un sistema di cure più prossimo ai cittadini e ai loro bisogni, attraverso la costruzione di una rete di servizi sociosanitari capillare, flessibile e facilmente accessibile. Questa quindi è la strada su cui lavorare, sviluppare quei servizi ancora carenti e sottopotenziati rispetto alla domanda di una popolazione che invecchia per offrire un’assistenza personalizzata e multidisciplinare.

Link al report di Italia Longeva:  www.italialongeva.it/wp-content/uploads/2019/07/Indagine-2019_-continuit%C3%A0-assistenziale_Italia-Longeva.pdf

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