I sessantottini di Cna pensionati raccontano

Tentare di rievocare l’importanza del 1968, a 50 anni di distanza, è qualcosa di intrepido, se non impossibile. In verità ogni sfida ed ogni obiettivo, che si è deciso di perseguire in quella stagione, non ha fronteggiato ostacoli insormontabili che ne hanno impedito l’ottenimento, alle spalle infatti c’era l’onda d’urto di un’intera generazione in movimento. Solo la violenza e la repressione -  come i carri sovietici a Praga o l’assassinio di Martin Luther King Jr. in un motel di Memphis - riuscirono a bloccare nell’immaginario collettivo un’epoca piena di speranza e di fiducia nella possibilità di cambiare lo stato delle cose, che continuò comunque ad avere frutti e risultati soprattutto negli anni successivi, come, per esempio, le grandi conquiste dei diritti sociali e civili avvenute in Italia durante gli anni ’70. 

La celebrazione di questo anniversario, però, non deve essere solo un mero atto nostalgico, ma la possibilità di riflettere su cosa significhi ancora oggi la parola cambiamento e come possano essere messi in discussione, in una società consolidata, comportamenti, costumi, obblighi  e autoritarismi vissuti come soffocanti, ma considerati ormai superati e vetusti. La celebrazione del Sessantotto è, dunque, anomala: non si può ridurre ad un singolo evento da indicare e quindi non possiede nemmeno una sua data precisa, trattandosi di un tempo durato parecchio di più dell'anno che il numero indica. Il 1968 inteso così, infatti, si declina come fosse un concetto anziché una cifra. Mostrando, in questo modo, che si tratta di qualcosa di più, di storico: di un tempo in cui una nuova generazione, in forme molto analoghe in tutti i continenti, si è mobilitata per rimettere in discussione il mondo che avevano ereditato. Una “icona del ‘68” come Luciana Castellina in un recente contributo descrive perfettamente cosa è significato far parte di quella generazione:

“Non si trattò di una ribellione solo contro papà e prof toppo severi ed arroganti. Ognuno si sentì infatti frammento di un mondo che si stava muovendo contro ogni potere oppressivo, e per questo il detonatore fu il Vietnam. E icone del Sessantotto sono i bambini di quel paese bruciati dal napalm; i due atleti neri, Tony Smith e John Carlos, che, vincitori sul podio delle Olimpiadi a Città del Messico, salutano col pugno chiuso l'inno americano; le immagini dei grandi cortei che a Parigi, Roma, Berlino, ma anche Praga e Varsavia, chiedono che al posto del potere oppressivo vada l'immaginazione: il sogno di una libertà finalmente per tutti, senza di cui quella propria non vale niente. E anche le prime manifestazioni delle donne che portano allo scoperto la causa dell'oppressione del loro genere, e costringono anche gli uomini a guardare dentro se stessi per smantellare quanto delle regole del potere hanno introiettato. La politica acquista così una nuova dimensione: anche il personale diventa politico”.

Le storie della partecipazione al movimento studentesco

Anche noi di Verdetà abbiamo voluto farci raccontare la loro esperienza del Sessantotto da persone che ancora oggi vivono la nostra associazione, come semplici iscritti, ex-dirigenti o funzionari tutt’ora in campo.

Centrale è l’esperienza nel movimento studentesco, asse portante di quella stagione, descrittaci da Renato Ioli, che ha intrapreso nel corso della sua carriera un vero e proprio “cursus honorum” all’interno della Cna romagnola e in special modo di Rimini: “Ero arrivato in quell'anno all'università e la sensazione di libertà e di cambiamento che si respirava aveva contagiato la maggior parte degli studenti - racconta Renato - avevamo l'impressione che quella critica radicale al sistema avrebbe modificato drasticamente i modelli di vita che avevamo conosciuto fino ad allora. Parlo di critica al sistema perché è vero che la contestazione studentesca era partita come lotta contro l'autoritarismo accademico, ma ben presto era diventata critica e conflitto verso tutta la società”. 

Andrea Battistoni, attuale segretario regionale di Cna Pensionati in Campania, invece ha vissuto questa esperienza negli istituti superiori di Napoli - essendo uno dei giovanissimi organizzatori del movimento nelle scuole partenopee - e ricorda perfettamente la stessa sensazione: “Il pensiero di fondo era questo: domani dobbiamo cambiare il mondo! Era un’idea che da tempo si era radicata tra noi giovani, allora riuscimmo ad avere l’occasione per cambiare le regole del gioco. Era radicale e diffusa questa volontà di offrire alla società nuovi modi di relazionarsi e rapportarsi - precisa Andrea - non tramite capi da seguire, ma praticando un potere diffuso, collettivo”.

Un ricordo di Battistoni chiarisce molto bene questa immagine: “Le riunioni nei vari licei le svolgevamo veramente come se fossimo tra pari, davanti alle scrivanie e non dietro come i nostri professori. Ancora mi colpisce dopo tanti anni la figura del preside di un liceo occupato che viene contestato e allontanato dall’istituto uscendo dalle scale dell’ingresso tra due ali di folla dei suoi stessi studenti, un evento impensabile prima di allora!”

Le ragioni della partecipazione

Renato Ioli, d’altronde, non ha difficoltà nel richiamare alla mente il perché si sentì protagonista e partecipò attivamente. Un fatto che aveva a che fare sempre con la comunanza d’intenti di un’intera generazione: “La mia adesione alle ragioni del movimento studentesco è stata determinata dalla partecipazione al movimento contro la guerra del Vietnam, contro il razzismo verso i neri in America (nell’aprile del ’68 verrà ucciso Martin Luther King), contro l’imperialismo. Gli altri elementi fondamentali nella formazione di una mia coscienza critica sono stati la rivoluzione culturale cinese con il suo concetto di critica permanente; la primavera di Praga e l’intervento dei carri armati russi per reprimere la rivoluzione che comportò una frattura tra il movimento e il Pci; ma pure la contestazione giovanile e studentesca tedesca e il maggio francese sono stati importanti.” 

Andrea Battistoni spiega anche quale fosse il metodo organizzativo e di confronto: “Non c’erano risposte preordinate o definitive nelle nostre discussioni. Non c’era necessità di sostituire capi, ma di mettere in campo pensieri e dinamiche collettive. Solo insieme, infatti, potevamo far innescare e quindi praticare le idee di libertà che ci attanagliavano, per affrontare e sconfiggere un vero e proprio regime di oppressione che sentivamo di vivere quotidianamente. A noi bastava uno zaino, anche vuoto, per partire ed organizzarci. Rivendicare libertà, infatti, era una cosa seria e bisognava essere coerenti con ciò”.

L’incontro con il mondo operaio

Ora entra in scena nel nostro racconto il rapporto con il mondo operaio. Un elemento decisivo per tutti i diversi Sessantotto, ma specialmente in Francia e in Italia. Elio Risso, per esempio, componente del direttivo di Cna Pensionati Genova e associato a Cna dal 1958 nel mestiere di tornitore in legno, riesce a testimoniarci questo fondamentale anello di congiunzione: “Sono state numerose le battaglie intraprese dalla Cna nel corso degli anni’60. Ricordo con orgoglio la manifestazione nazionale tenutasi a Roma nel 1964 la cui partecipazione sfiorò le 40.000 persone con delegazioni che arrivarono da ogni parte d’Italia. La Cna spesso in quegli anni si schierava al fianco dei portuali, dei dipendenti dell’Ansaldo durante le manifestazioni, partecipava per solidarietà e soprattutto perché riteneva che tutti gli scioperi fossero importanti e che le motivazioni che spingevano alla lotta erano patrimonio comune”. Su questo Andrea Battistoni precisa: “Per gli studenti l’incontro con la classe operaia era stato vissuto come un momento storico, come il tentativo di cominciare a parlare uno stesso linguaggio. Gli operai, inoltre,  più di tutti ascoltarono e compresero le istanze di noi giovani, fecero loro le idee di cambiamento, si proposero come sponda nell’organizzazione delle manifestazioni di piazza e nelle divulgazione delle nostre ragioni. Per noi era molto emozionante, all’epoca la classe operaia possedeva un’aurea unica, quasi magica!”

L’esperienza vissuta da Renato Ioli è diversa, ma fino ad un certo punto, infatti racconta come “tutto quello che stava avvenendo era così nuovo che i movimenti operai tradizionali, i partiti, le istituzioni erano tendenzialmente contrari, si sentivano investiti, come poteri, dalle critiche radicali che il movimento portava avanti, anche quando erano partiti di lotta. L'atteggiamento del sindacato verso l'intervento studentesco nelle lotte operaie era complessivamente di chiusura e quasi di ostilità, questo non toglieva che, soprattutto dopo l'esplosione del maggio francese, si rafforzasse la spinta studentesca verso il rapporto con le lotte operaie in particolare con quelle frange del sindacato e degli operai più giovani e politicizzati. Non ricordo, nella mia esperienza, un rapporto organico tra studenti e operai, ma partecipazione di gruppi di studenti ai picchetti operai davanti alle fabbriche e di rappresentanze di operai alle assemblee studentesche, ma è indubbio che il vento di innovazione e cambiamento portato dal Sessantotto contagerà fortemente le lotte sindacali operaie, fin dall'autunno caldo del '69”. 

Gli artigiani e la Cna nel ‘68

Il mondo dell’artigianato invece non è stato protagonista di quella stagione stando alle loro reminiscenze. Solo quello già organizzato, e con una forte sensibilità politica, come la Cna, guidato da dirigenti illuminati, tentava di avvicinare gli artigiani a questa ventata di cambiamento, infatti Elio Risso ricorda quando “l’attività sindacale, nel corso degli anni ’60, era assidua, dopo il lavoro ci si incontrava nella sede Cna di Genova per delle veloci riunioni sindacali e spesso si passava la serata a ciclostilare lettere, volantini, imbustare e affrancare comunicazioni per gli associati; gli artigiani si riunivano per mestieri ed io facevo parte del gruppo falegnami, tornitori in legno e tappezzieri in stoffa. Voglio rammentare per questo le numerose battaglie intraprese dal presidente dell’epoca della Cna Genova, Giuseppe Mannarino in carica dal 1965 al 1974, un’attivista molto convinto e  che portava la Cna sempre in prima linea negli scioperi e nelle manifestazioni. Nonostante tutto era molto rispettato, anche dalle forze dell’ordine”.

Sia Andrea Battistoni, sia Renato Ioli, ricordano invece gli artigiani come molto distanti. “Veri e propri padroni, con cui non parlavamo” -  chiarisce Battistoni. “Le stesse incomprensioni e ostilità che il movimento studentesco aveva suscitato nella vecchia politica e nel sindacato  - aggiunge Ioli - valevano anche per le componenti economiche della società, in particolar modo gli industriali che venivano visti come coloro che sfruttavano il lavoro della classe operaia. In questa situazione l’artigianato non veniva visto come una categoria a sé stante con proprie rivendicazioni, ma veniva accomunato all’impresa o, secondo il tipo di attività, al lavoro dipendente. Io non avevo padronanza, allora, di cosa fosse la Cna, ma conoscevo, in qualche modo, il mondo artigiano: mio padre era camionista e alcuni dei miei amici erano artigiani. L’impressione che avevo era quella di persone molto prese dal proprio lavoro e non particolarmente attratte dalla contestazione studentesca”.

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(La versione integrale sul numero 64 di Verdetà)

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