Sud, testa e lavoro per cambiare il futuro

Non vedono luce. Annaspano e sono sempre più sfiduciati. Disperati. Chiedono di poter scorgere una speranza che dia loro modo di guardare al futuro con maggiore ottimismo. Ma al momento non trovano appigli. E allora chiedono quello che sembra loro l’unica, esile, ancora di salvezza. Ammortizzatori sociali, sostegni, pensioni più alte. Anche quel reddito di cittadinanza promesso in campagna elettorale e non ancora varato dal governo.

Sono i cittadini che frequentano gli sportelli dei Patronati del Meridione. Avellino, Brindisi, Enna, Crotone.

Realtà diverse ma con un comune denominatore: la ricerca di lavoro da parte di chi il lavoro non ce l’ha. O di un reddito che consenta di arrivare a fine mese. E così che il Sud lancia il suo grido di dolore. Che si è tradotto nelle ultime consultazioni elettorali, nazionale e locali, con una estrema volatilità nel voto e ribaltoni clamorosi di schieramento rispetto al passato. 

Il Meridione cerca aiuto. Cerca risposte che lo Stato, a quanto pare, non è stato in grado di dare negli ultimi decenni. Storia lunga e tormentata, questa, che affonda le radici nella questione meridionale, una zavorra che ci portiamo dietro da due secoli a questa parte. 

Quindi il lavoro. Oggi più che mai. I giovani, in particolare sono la categoria che soffre maggiormente. Sono quelli che o se ne vanno o non riescono a trovare lavori soddisfacenti. Secondo i dati dell’Istat, il tasso di disoccupazione del Mezzogiorno si è fermato nel 2017 al 19.4, tre volte quello del Nord al 6.9% e doppio rispetto al centro (10%). Nel marzo 2018 il dato nazionale della disoccupazione giovanile 15-24 anni, in calo,  si attestava a 31,7% (nei periodi peggiori ha sfondato quota 41%). Al Sud, però, i dati continuavo a sfiorare e, in alcuni casi superare, il 50%. Roba da Grecia, se va bene, altrimenti direttamente da Paese in via di sviluppo. 

L’Italia è un Stato, dunque, con la testa in Europa e il Sud che sprofonda verso l’Africa. Uno stivale che dalla cintola in giù è immerso nella melma del mancato sviluppo e della disoccupazione. Spiegare perché e come se ne esce non è affatto facile. Lo abbiamo chiesto ai direttori di Patronato delle città sopra citate: braccia, mani, dita a distribuire il welfare statale e locale. O di quel che ne rimane. 

Tutti in ascolto dei senza lavoro, dei pensionati al minimo, dei cittadini in perenne di difficoltà. 

Tutti raccontano di un Sud malandato che con una mano chiede e che però con l’altra stenta a fare. Ripiegato su stesso proprio perché non vede luce e pensa di sbarcare il lunario ammalandosi ancora una volta della sua grande e storica malattia: l’assistenzialismo. 

Questa però è solo un pezzo della narrazione perché, per tutti, resta il fatto che fra infrastrutture mancanti  o totalmente inadeguate, uno Stato che spesso latita laddove la piaga delle mafie si incancrenisce e l’assenza di politiche industriali ad hoc, anche le persone di buona volontà riescono a fare poco.

“Da noi a luglio – racconta Gabriella Renzulli Direttore del Patronato Epasa-Itaco di Avellino in Campania -  c’è stato l’assalto per i controlli sulla quattordicesima mai arrivata. Persone che correttamente avevano inviato i dati reddituali all’Inps e che però non hanno visto accreditato l’assegno. Gente che vive miracolosamente con 500 euro al mese, fortunatamente al più con casa di proprietà e che talvolta è costretta ad aiutare figli e nipoti. Mi ha colpito una persona che con quei soldi aveva progettato di partecipare a un matrimonio di famiglia, che qui è un evento straordinario”. I cittadini chiedono sussidi di ogni tipo, basta la notizia di un servizio al Tg capita male. Stipendi per Caregiver, assegni di disoccupazione per chi un lavoro non l’ha mai avuto e il famoso reddito di cittadinanza. La soluzione? Un cambio radicale di mentalità, ma anche la creazione di lavoro vero, buono e produttivo.

Problemi con cui è alle prese anche Nunzia Greco, direttore del Patronato Epasa-Itaco di Brindisi. In Puglia sono diventate famose le richieste del reddito di cittadinanza all’indomani del voto del 4 marzo.  “I cittadini in difficoltà confondono le promesse con la realtà  - chiarisce – anche se il mio giudizio è duro: qui ci sono lavori che fanno solo gli extracomunitari perché molti italiani sono solo alla ricerca di sussidi e, piuttosto che guadagnare poco, ma guadagnare, preferiscono stare a casa e farsi aiutare dai parenti, nonni in testa”. 

Discorso assai scivoloso. “Questa cattiva mentalità – aggiunge – viene da molto lontano. Dalla carente amministrazione statale e locale, da decenni di voto di scambio, da una politica che storicamente prometteva il posto fisso, magari pubblico. L’assistenzialismo del passato ha impedito, di fatto, la crescita del territorio e anche un necessario cambio di mentalità”. 

La questione meridionale è dunque molto spesso e sempre di più anche una questione culturale. A pensarla così è anche Daniela Taranto, Direttrice del Patronato di Enna. “Le persone in difficoltà vanno aiutate – sostiene – bene al potenziamento del Reddito di inclusione e/o al varo del reddito di cittadinanza.  Ma attenzione a creare dei mostri che si aspettano tutto senza fare nulla. Quello che serve è un piano potente che investa nella formazione: ai cittadini vanno forniti gli strumenti per crescere e non per regredire”.

Ma cambiare la testa, secondo i Direttori di Patronato, non basta. Al Sud oggi, soprattutto in certe zone, manca qualcosa che si tocca con mano. O meglio con le ruote di macchine e camion: le infrastrutture. Ne è convinto Mario Dima, Direttore del Patronato Epasa-Itaco di Crotone, in Calabria. “Negli anni ’80 eravamo un piccolo e efficiente polo industriale – dichiara – Crotone produceva con la Pertusola il miglior zinco d’Europa, aveva la Montedison e la Cellulosa Calabra. Poi il declino negli anni ’90. Oggi siamo in crisi, anche le piccole imprese artigiane chiudono o fanno enorme fatica. Cerchiamo di puntare sul turismo. Tuttavia servono collegamenti, infrastrutture vere e proprie. Un’idea per rilanciare il Meridione? Un grande piano infrastrutturale straordinario: lo Stato investa i soldi che ha per creare lavoro non in assistenza”.

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