Meridione, lo Stato serve

La questione meridionale è un elemento costitutivo dello Stato unitario in Italia. Lo storico Paolo Pezzino, Presidente dell’istituto nazionale Ferruccio Parri - Rete degli istituti storici della Resistenza e dell’età contemporanea e professore di Storia contemporanea anche all’università di Pisa, ci aiuta a ribadire questa verità storica, senza la quale sarebbe difficile ricostruire con coerenza  gli avvenimenti accaduti negli oltre 150 anni di vita del Paese. 

Domanda. Professore può aiutarci a inquadrare meglio che cos’è per la storia d’Italia la questione meridionale?

R. Io comincerei proprio da cosa si intende per questione meridionale, ovvero il problema del divario tra Nord e Sud e le varie interpretazioni che sono state date per comprendere questo fenomeno e tentarlo di superare. Possiamo intenderlo dunque come problema per l’Italia nel suo complesso. La questione meridionale è stata affrontata sia con un approccio accusatorio, cioè è colpa dei meridionali in perenne attesa dell’assistenzialismo pubblico, sia considerandola come un elemento costitutivo dello Stato nazionale, ovvero come proprio la genesi aggregativa tra realtà statuali estremamente diverse tra loro durante il processo storico dell’Unità d’Italia non poteva che non portare in dote il problema effettivo dei divari territoriali e della ricerca di una convergenza economica e sociale. Lo Stato unitario, dunque, fin da subito ha dovuto prendere coscienza della questione meridionale e tentare di affrontare l’arretratezza e la mancanza di sviluppo di alcune sue parti. Per questo sono da contestare con forza le tesi neo-borboniche, cioè il racconto di un Regno delle Due Sicilie, che comprendeva grossomodo l’intero Mezzogiorno, prospero e florido prima della depredazione di ricchezze e risorse perpetrata dalle elite sabaude del nuovo Stato unitario. Le fonti chiariscono infatti come non solo il Pil, ma anche e soprattutto le infrastrutture materiali e immateriali (per esempio le condizioni di vita e il livello del l’alfabetizzazione), erano molto più deboli  e carenti rispetto al resto del Paese. L’idea, quindi, di un Mezzogiorno sfruttato dallo Stato unitario è puro revisionismo storico.

D. Nell'arco di oltre 150 anni di storia, lo Stato unitario come ha tentato di affrontare il problema dell'arretratezza del Mezzogiorno?

R. L’idea e l’approccio iniziali dei governi nazionali era che il Mezzogiorno fosse ricco di risorse naturali e il malgoverno del Regno delle Due Sicilie il responsabile dello stato di sottosviluppo.Applicando quindi poteri e le innovazioni delle istituzioni liberali nel Sud questi problemi si sarebbero superati. Era ovviamente una tesi sbagliata ed ingenua. All’inizio del Novecento si immaginò, dunque, che per il Mezzogiorno ci fosse bisogno di interventi straordinari, dando vita così a delle vere e proprie leggi speciali, come la legge speciale per Napoli del 1904 su cui si basò l’inizio dell’investimento industriale e siderurgico a Bagnoli. Pensatori e politici meridionalisti, come Saverio Nitti, in quegli anni teorizzarono ed evidenziarono che senza un intervento straordinario dello Stato il Mezzogiorno non si sarebbe mai potuto allineare economicamente e socialmente al resto del Regno d’Italia. Con l’avvento e l’ascesa del fascismo si bloccò tutto, a parte la retorica sulle bonifiche, progetto che comunque non fu mai portato avanti con coerenza prevedendo, per esempio, l’impegno diretto per la bonifica totale anche dei privati almeno nei loro enormi possedimenti e latifondi. L’intervento straordinario statale riprese con più forza dal 1950.

D. Con quali interventi?

R. La riforma agraria, la legge di istituzione della Cassa del Mezzogiorno, l’insediamento di complessi e poli industriali in zone disagiate, sono l’insieme di misure che prevedevano interventi straordinari da parte dello Stato. Fino agli anni ’70 queste politiche hanno avuto un importante ruolo per portare Il Sud ad uno sviluppo economico-sociale in grado di ridurre il divario con il resto del Paese. Guarda caso solo in quegli anni le statistiche possono testimoniare che il gap di Pil e reddito disponibile tra Centro-Nord e Sud diminuì considerevolmente. La stagione degli interventi straordinari si esaurisce per una serie di problemi, esogeni (come lo shock petrolifero e il superamento delle regole di Bretton Woods, ndr) ed endogeni (le cosiddette ‘cattedrali nel deserto’ e l’uso sciatto e sconsiderato di risorse statali, come per il terremoto del Sannio o le opere incompiute) concludendosi definitivamente negli anni ‘90. Il punto è che senza un intervento dello Stato, che non si limiti a fissare delle regole, ma anzi si impegni ad operare direttamente per favorire lo sviluppo, il divario tra Nord e Sud non riesce a ridursi.

D. Negli ultimi 25 anni, in assenza di interventi di politica industriale e di sviluppo statali, si assiste a un sostanziale regresso del Meridione e a un nuovo allontanamento dalle perfomances del Centro-Nord, fenomeni accentuati ed esplosi con la Grande Crisi del 2008. Come si può oggi invertire questa tendenza magari con l’apporto europeo?

R. La sostituzione dell’intervento dello Stato con la modulazione - varia, parcellizzata e altamente esposta all’eccessivo burocratismo - delle risorse finanziare europee assegnate dalle istituzioni comunitarie non ha prodotto i frutti sperati. La capacità di progettazione e spesa degli enti più esposti nel Sud, come regioni e comuni, è da considerare se non fallimentare, ma almeno approssimativa. Tali risorse inoltre per molti versi sono state solo sostitutive di quelle ordinarie, mai aggiuntive, non potendo così incidere sui fattori di sviluppo. Questi tipi d’interventi, fiaccati ancora di più con lo scoppio della crisi economica nel 2008, hanno avuto in definitiva una bassissima resa e una pressoché nulla funzionalità economica e sociale. Non tutto il Mezzogiorno, però, oggi è allo stesso livello. Già solo questo è una prova che gli anni dell’intervento straordinario hanno funzionato e avuto successo.

D. Esempi?

R. Oltre a poli e nicchie di assoluto valore industriale, come l’etna valley dell’hi tech a Catania, la rete dell’automotive tra Campania e Basilicata o il distretto aereo-spaziale a Bari, ormai si sono sviluppate in molte zone del Sud delle importanti filiere industriali riguardo i settori agro-alimentari e turistico-ricettivi che possono diventare una strada da perseguire. Quello che si può affermare dunque è che l’intervento dello Stato deve tornare. Contemporaneamente, però, accettare, rispettare e facilitare queste nuove vocazioni industriali e di sviluppo, presiedute da imprese private in forte crescita, come quelle enologiche. Non è più il tempo di nuovi poli industriali invasivi e diretti dalla mano pubblica. Lo Stato, soprattutto, deve ammodernare ed implementare le dotazioni infrastrutturali, classiche e tradizionali come strade, ferrovie e porti,  non dimenticando però quelle innovative quali le nuove reti digitali in fibra. Ma è la configurazione geografica del Paese che può diventare la più grande occasione di sviluppo per il Mezzogiorno.

D. Come?

R. Il Sud potrebbe svolgere la funzione di  vera e propria piattaforma logistica a servizio degli impetuosi scambi commerciali che nei prossimi anni, grazie all’attivismo della Cina e al raddoppio del canale di Suez, attraverseranno il Mediterraneo. Il nostro mare non può essere considerato solo un problema a causa dei flussi migratori. Lo Stato, invece, grazie al ritorno ad un ruolo attivo in economia, lo deve far diventare una nuova opportunità  per affrontare la questione meridionale.

D. L'ultima tornata elettorale, secondo lei, è un drastico segnale di rottura con tutto ciò, ovvero una formidabile richiesta di aiuto e ascolto, o l'ennesimo esercizio di trasformismo e di assistenzialismo? 

R. Per tentare di esprimere un giudizio sui comportamenti elettorali e non sugli eletti che ancora non possiamo conoscere, bisogna prima di tutto mettersi nei panni dei cittadini meridionali. Dopo aver visto la scomparsa dell’intervento straordinario dello Stato negli ultimi decenni e lo stallo, se non la fine, di qualsiasi nuova ipotesi concreta di sviluppo come avrebbero dovuto esprimersi dal puto di vista elettorale?  I dati sulla disoccupazione, giovanile e non, sono drammatici (uno studio di Prometeia da poco pubblicato descrive un’Italia praticamente spaccata in due: tasso di disoccupazione nel 2017 al 19,5% nel Sud rispetto al 7,9% del Centro-Nord, ndr). A situazione disperata, dunque, si  è risposto con scelte drastiche. D’altronde, nessuna forza politica tradizionale aveva  da proporre un piano e una visione del e per il Sud. Ritengo che non sia un’analisi adeguata credere che la maggioranza dei cittadini meridionali abbia votato per richiedere ancora più assistenzialismo, avrebbero sennò continuato a preferire le classi dirigenti che hanno basato il loro potere su questo tipo di politiche e non chi offre, in definitiva, un salto nel buio - dal punto di vista della sostenibilità economica delle proposte avanzate (reddito di cittadinanza, ndr) - rispetto la disperata richiesta di cambiamento condivisa da milioni di individui.

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