Insieme per decifrare la realtà

INSIEME PER DECIFRARE LA REALTA'

“Da soli non abbiamo gli strumenti per interpretare la complessità di ciò che ci circonda e soprattutto, abbiamo visto che senza un gruppo di riferimento, siamo individui isolati che riescono a raggrupparsi solo quando vanno contro qualcosa … La dimensione umana, collettiva può essere data solo dai corpi intermedi”.

Così Francesco Nicodemo, esperto di comunicazione e autore del libro Disinformazia, la comunicazione al tempo dei social media, spiega su VerdEtà la difficoltà del momento che stiamo vivendo bombardati da informazioni spesso opposte. Chi ha ragione? A chi possiamo affidarci per capirci qualcosa? Sentiamo cosa ha da dirci.

Domanda.  Cosa sta succedendo, siamo passati dal tempo della razionalità, della logica, della certezza della scienza del ‘900 a quello della pancia, del sentire dell’emotività degli anni 2000?

Risposta. Nel 2016 Oxford Dictionaries ha scelto come parola dell'anno post-verità, per indicare la tendenza delle persone a farsi guidare più dalle emozioni che dai fatti per formulare opinioni. Molti fattori hanno contribuito a questo scenario, non ultimo il fatto che in rete il parere di un esperto viene posto sullo stesso piano, e dunque ha la stessa visibilità, di quello di chi magari non ha competenze su un tema specifico. Nel mio libro Disinformazia, pubblicato da Marsilio Editori, ho ricordato che, ad esempio, secondo Pisani-Ferry, economista, professore universitario, nonché coordinatore del programma del movimento En Marche durante le elezioni presidenziali francesi, la sfiducia nei confronti degli esperti è aumentata con la crisi economico-finanziaria del 2008, che essi non sono stati in grado di prevedere. Quasi sempre, gli esperti sono considerati distanti dalla vita delle persone comuni e indifferenti alle reali preoccupazioni della gente.

D. E perché?

R. Molti pensano che delle loro analisi usino solo ciò che meglio si adatta ai propri scopi. Ma la diffidenza dilagante nei confronti di chi ha più competenza non riguarda solo la politica o l'economia, ma anche la scienza e chi si occupa della divulgazione di argomenti che vanno dall’energia, al clima, fino alla medicina. La tendenza prevalente sembra essere questa ma le cose possono cambiare, l'importante è non contrapporre competenti e opinione pubblica. E soprattutto è necessario che i cosiddetti esperti non ostentino sicurezza e sapere e provino a cercare un dialogo costruttivo con le persone. 

D. Che ruolo ha avuto il mondo della comunicazione e della stampa nella percezione di una società che oggi si guarda in cagnesco, è pervasa dalla cultura del nemico e del complotto e si dimentica – spesso – di uno dei nostri tratti distintivi: la solidarietà?

R. Non voglio puntare il dito contro il mondo della comunicazione se la società è divisa. Stampa e social rendono solo palese una polarizzazione che già c'è, è sufficiente parlare con le persone per strada, in fila dal medico o nei negozi e tirare in ballo uno degli argomenti più dibattuti, dai vaccini agli immigrati, per capire che non la pensiamo tutti allo stesso modo. Purtroppo però c'è anche da dire che le contrapposizioni attirano l'attenzione e di sicuro vengono cavalcate per avere maggiore visibilità. Da questo punto di vista andrebbe dato più spazio ai casi di solidarietà e condivisione, per far capire che è possibile anche confrontarsi senza dividersi in bande.

D. Lei ha scritto il libro Disinformazia, la comunicazione al tempo dei social media. Che meriti e demeriti hanno i social nella narrazione e nella percezione della realtà e che futuro ci attende?

R. I social network non sono buoni o cattivi in assoluto. Appena hanno fatto la loro comparsa, abbiamo celebrato la possibilità di dare voce a tutti a prescindere dalle condizioni economiche e dalla collocazione geografica. In Paesi non democratici era possibile dare spazio alla protesta, ancora oggi molte iniziative si originano oppure si diffondono in rete. Poi, con il tempo abbiamo scoperto aspetti più controversi: la tendenza ad interagire solo con chi la pensa come noi e ad usare toni accesi e talvolta aggressivi con chi non è d'accordo. Abbiamo visto che le fake news, le notizie false, esistevano anche prima dei social network ma sulle piattaforme digitali possono essere condivise più facilmente e velocemente. Insomma, negli anni stiamo scoprendo che questo mondo ha aspetti positivi e negativi che condizionano la percezione della realtà. Quello che dobbiamo fare è auspicare un uso consapevole della rete, capire come si usa, quali sono le conseguenze di un messaggio inviato in una chat, ma soprattutto dobbiamo esercitarci a chiedere, domandare, pensare in maniera critica e a non credere a tutto ciò che leggiamo, anche se viene pubblicato dal nostro migliore amico.

D. In che modo i corpi intermedi, come Cna e Cna Pensionati, possono svolgere un ruolo positivo, di filtro, nel riportare i rapporti di gruppi sociali e delle persone nei confini dell’ascolto, della condivisione, della mediazione e della crescita reciproca?

R. Cna e Cna pensionati possono svolgere un ruolo molto rilevante. Ci hanno detto che oggi i corpi intermedi sono superflui, che è tutto diretto, come in rete, dove non ci sono filtri e sono tutti sullo stesso piano. Abbiamo capito però che da soli non abbiamo gli strumenti per interpretare la complessità di ciò che ci circonda e soprattutto, abbiamo visto che senza un gruppo di riferimento, siamo individui isolati che riescono a raggrupparsi solo quando vanno contro qualcosa. Ecco perché è importante riconoscersi in una categoria, per avere un punto di riferimento, per essere aiutati a leggere la realtà, per incontrare chi condivide le nostre stesse esigenze e perplessità, per sviluppare le nostre idee. La dimensione umana, collettiva può essere data solo dai corpi intermedi.

D. I pensionati italiani sono quelli che nel passato hanno portato l’Italia sino alla vetta della quinta potenza industriale mondiale condividendo e alimentando valori progressisti e positivi. Sono attualmente il 22% della popolazione e entro il 2030 supereranno il 25%. Che ruolo possiamo immaginare per loro nella società della comunicazione 4.0?

R. I pensionati con la loro esperienza e la loro saggezza sono indispensabili, rappresentano una guida. Credo che un Paese possa essere definito realmente grande quando fa sentire partecipi e attive tutte le generazioni. Bisogna fare in modo che non ci si senta emarginati solo perché non si è più nel mondo del lavoro, la durata media della vita si è allungata e bisogna garantire una qualità della vita elevata anche a chi ha più anni. Far sentire partecipi i pensionati vuol dire coinvolgerli anche nella società della comunicazione 4.0. I social network non rappresentano uno strumento usato solo dai giovani, anzi ogni piattaforma viene usata da determinate fasce di età.  Secondo i dati di Vincenzo Cosenzail 58% di Facebook ad esempio ha più di 35 anni e il 18% degli utenti in Italia ha più di 56 anni. 

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