Per riaccendere il motore Italia serve un Patto sociale

Parla il nostro Presidente Giovanni Giungi che mette in fila le priorità necessarie nel prossimo futuro, prevedibilmente assai poco facile, per il Paese e per gli anziani  

Chiunque presieda un’associazione di pensionati, un comitato, un gruppo di anziani, persino un circolo bocciofilo quest’anno ha dovuto sedersi e respirare. Sembra una presa in giro in tempi di Covid 19 ma è proprio quello che hanno dovuto fare coloro che, investiti da piccole o grandi cariche, si sono trovati a vivere un film andato oltre ogni immaginazione: la pandemia globale.

Non ha fatto eccezione Giovanni Giungi, Presidente di CNA Pensionati, emiliano per di più, una delle regioni colpite con violenza dal Coronavirus. Lui, riminese, appartiene però a quella generazione dalla tempra resistente, ex artigiani, imprenditori che, senza tirarla troppo per le lunghe, hanno tirato su il Pil nel dopoguerra conducendo al benessere il nostro Paese.

E’ per questo che, oggi più che mai, chiediamo a lui come si fa a riprendersi e poi tornare a correre, per di più tenendo la guardia sempre alta dal momento che il nemico non è affatto sconfitto.

Domanda. Presidente cosa ne pensa di ciò che è successo?

Risposta. Il Covid-19, che da fine Febbraio ha stravolto le vite in tutto il mondo, nel nostro Paese - la prima democrazia occidentale colpita dall’insorgenza del contagio - ha colpito in maniera violentissima le persone più anziane. Anche gli ultimi aggiornamenti dell’Istituto superiore di sanità continuano ad evidenziarlo: l’età media dei positivi è di oltre 62 anni, l’età media dei pazienti deceduti è pari a 82.5. Pur se la nostra società del benessere ed in particolare il nostro sistema sanitario possono vantare risultati lusinghieri sull’aspettativa di vita (tra le più alte al mondo), il Covid-19 ha fatto emergere una debolezza strutturale nella capacità di prendersi cura “in sicurezza” dei soggetti più fragili.

D. Cosa dobbiamo fare da questo punto di vista?

R. Proprio oggi che si parla molto di come ripensare ed investire sulla medicina territoriale e su servizi socio-assistenziali di prossimità, la lezione impartita dalla pandemia ci deve essere di insegnamento. Lo dobbiamo agli oltre 34.000 morti, che forse sono solo una parte di quelli causati - soprattutto nelle regioni del Nord Italia - dalla letalità del Covid-19.

D. Ora la domanda è: come ripartire ora?

R. Beh non è davvero facile, il Coronavirus è stato letteralmente il cigno nero di cui si parla nelle facoltà di economia: un evento inatteso ed imprevisto, che travolge gli equilibri produttivi e commerciali, portando al collasso della economia. Questo vero e proprio infarto economico è ancora più distruttivo a causa della stretta connessione tra i mercati mondiali e le filiere produttive globalizzate. Quello che ormai accade in Cina è certo che abbia effetti anche nell’Occidente e viceversa.

D. Fino ad ora secondo lei ci sono state risposte all’altezza?

R. Partiamo dall’Europa. Nell’arco degli ultimi mesi l’impegno delle istituzioni comunitarie per contrastare gli effetti distruttivi della pandemia si è via via ingigantito attraverso l’attivazione di diversi strumenti per cifre incredibili, oltre 1.500 miliardi di euro. Con la difficile trattativa sull’ultimo strumento immaginato, il Recovery Fund, si è addirittura rotto un tabù, ovvero quello di emettere debito comune europeo per finanziare gli investimenti di singoli Paesi dell’Ue. La strategia di coesione e solidarietà non è ancora patrimonio comune tra i vari paesi europei, però dobbiamo riconoscere che come ha detto la Presidente della Commissione Von der Layen “finalmente l’Europa s’è desta”.

D. E questo cosa significa per noi?

R. Noi non siamo messi bene. La pandemia ha fatto emergere in maniera dirompente i problemi strutturali che attanagliano il Paese: dopo solo poco più di 2 settimane di chiusura della maggior parte delle attività abbiamo avuto famiglie disperate non in grado di fare la spesa e costringendo così il governo il 28 Marzo a stanziare in emergenza oltre 400 milioni di euro in buoni alimentari consegnati dai comuni. Secondo l’Istat, poi, oltre il 50% delle imprese prevede una mancanza di liquidità per far fronte alle spese che si presenteranno fino alla fine del 2020. L’INPS, ancora, certifica che dopo poco più di un anno dalla sua introduzione 1.1 milioni di famiglie, ovvero quasi 2.8 milioni di persone, percepiscono il reddito di cittadinanza. Certo i due provvedimenti emergenziali del governo, il Cura Italia ed il decreto Rilancio, hanno permesso e permetteranno probabilmente di tappare le falle dello scafo (soprattutto in campo sanitario), ma se non ripariamo il motore della “nave Italia” sarà molto difficile ripartire, non servirà neanche l’ingente carburante di risorse che potrebbe provenire dall’Europa.

D. Quindi?

R. Come ben ricorderete in maniera quasi profetica nella scorsa Assemblea Nazionale abbiamo indicato al Ministro della Sanità Roberto Speranza la grandissima necessità di rifondare il SSN. Noi dobbiamo ripartire da lì, aggiornando le nostre priorità e le nostre proposte in un mondo “post-covid 19”. È un impegno che ci possiamo prendere, provando ad essere pronti per un nuovo confronto istituzionale con Governo e Parlamento nel periodo autunnale. Approfitteremo dell’estate per studiare, analizzare e confrontarci.

D. In che direzione pensa di andare CNA Pensionati?

R. Io credo che le risorse dall’Europa non saranno come la manna che cala dal cielo, arriveranno solo a seguito di impegni ben precisi per riformare e far funzionare meglio il nostro Paese. E sappiamo bene che un tasto dolente sarà proprio il sistema pensionistico. Le decine di miliardi per gli investimenti e la creazione di lavoro non verranno concessi se continueranno ad essere varati provvedimenti come quota 100 o la pensione di cittadinanza. Anche noi abbiamo già denunciato l’iniquità di queste misure. Ma, credo, che dovremmo essere sempre più chiari nell’avanzare proposte per lo sviluppo del benessere collettivo e non svolgere il solo ruolo dei difensori dei pur legittimi diritti dei pensionati. Non è la nostra storia, non è la nostra cultura. In autunno dunque riprenderemo a discutere della proposta di nuovo Patto sociale che tuteli con servizi innovativi, e non solo nella erogazione diretta ed assistenziale, i pensionati e le fasce più fragili della popolazione.

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