Paradossi della pandemia: siamo diventati tutte formiche

di Claudio Di Donato

Ad una lettura superficiale è più di un paradosso. La pandemia ha cancellato milioni di posti di lavoro ma ha fatto lievitare i conti correnti. Anche americani e inglesi si sono trasformati rapidamente da cicale a formiche. Nel mondo anglosassone le famiglie sono strutturalmente indebitate e quindi risparmiano pochissimo, appena il 7% del reddito ma all’inizio dell’anno il saggio di risparmio è schizzato al 27%, in tutto l’occidente la quota di risparmio è volata ben sopra il 20%, in Cina ha superato il 34%.

Il trend ha una doppia spiegazione. Le misure restrittive hanno forzatamente contratto molti capitoli di spesa. Ma la chiusura di ristoranti, bar, cinema, teatri ha pesato negativamente sulle voci che riguardano la persona, dall’abbigliamento alla cosmetica (se non esco perché acquistare vestiti e trucchi?).

La ragione principale che spiega l’impennata dei risparmi è la manovra senza precedenti degli Stati che hanno trasferito denaro contante a famiglie e imprese. Le dimensioni sono clamorose. Tra marzo del 2020 e maggio scorso i Governi hanno mobilitato oltre 20mila miliardi di euro, qualcosa come il 22% del Pil mondiale. Per fare un raffronto ai tempi della crisi finanziaria del 2008 i governi stanziarono meno di 5mila miliardi per evitare un crack di dimensioni spaventose.

Questa montagna di soldi è andata sui conti correnti di famiglie e imprese. I depositi bancari degli italiani in appena un anno sono lievitati di 135 miliardi di euro, negli Stati Uniti oltre 2mila miliardi. Come è stata utilizzata questa abbondante liquidità. In larga parte, specialmente nei paesi europei, è rimasta parcheggiata sui conti correnti per prudenza e incertezza sul futuro ma una parte si è mossa alla ricerca di investimenti con ritorni interessanti. Una massa enorme di liquidità ha investito i mercati finanziari alimentando un trend rialzista da bolla speculativa. La Borsa di Milano è tornata ai massimi dal 2008, il Bitcoin dato per superato è schizzato da 10mila a 60mila dollari, la Borsa di New York è salita del 52% in sei mesi. Molto denaro è arrivato anche su beni che da tradizione non appassionano gli speculatori, come gran parte delle materie prime. E così il future sul legno a Chicago ha quasi quadruplicato il valore, persino l’olio di sogna e il mais sono diventati oggetto del desiderio per broker e investitori con rialzi tra il 140 e il 180%.

Anche in passato ci sono stati periodi magici per effettuare investimenti finanziari, la moda internet a inizio 2000, le nanotecnologie a fine anni ’80, le obbligazioni inzeppate di mutui subprime che hanno portato alla crisi del 2008. Ma la dimensione e l’intensità dei rialzi che osserviamo da mesi non ha precedenti. La domanda, come sempre, è quanto durerà e soprattutto quanto grande sarà il tonfo che verrà innescato dall’investitore che resterà con il cerino in mano. Tempi e portata dell’ondata ribassista non sono prevedibili. Forse, stavolta, il finale non sarà così scontato. Per prevenire uno tsunami finanziario si potrebbe bussare alla porta delle banche centrali, alle quali negli ultimi anni sono stati affidati molti compiti, la lotta alla disoccupazione (Stati Uniti), calmierare i prezzi delle abitazioni (Nuova Zelanda), contrastare il cambiamento climatico (Unione Europea). In ogni caso quando si fermerà la giostra il divario tra ricchi e poveri sarà ancora più ampio.

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